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Il palazzo d’inverno – Eva Stachniak

 

Varvara Nikolaevna ha sedici anni quando diventa una “protetta della Corona”, una di quelle ragazze, orfane o abbandonate, al servizio dell’imperatrice Elisabetta Petrovna, la figlia minore di Pietro il Grande, salita al trono di Russia nel 1741. Orfana di un legatore polacco, svelta e già priva di tutte le illusioni proprie dell’adolescenza, abbastanza carina da doversi difendere da mille attenzioni nei corridoi del Palazzo d’Inverno, Varvara Nikolaevna rimarrebbe una delle innumerevoli e anonime ragazze del guardaroba imperiale, una goffa cucitrice vessata dalla capocameriera di corte madame Kluge, se non si imbattesse un giorno nel conte Bestuzev. Cancelliere di Russia e, secondo le voci ricorrenti tra le cucitrici, uno degli uomini che riscaldano spesso il letto di Elisabetta Petrovna, il conte cerca di non lasciarsi sfuggire nulla di ciò che accade nella residenza imperiale. Nella giovane Nikolaevna scorge una possibile portatrice della “verità dei sussurri “, la servetta capace di aprire cassetti nascosti, di staccare e ripristinare abilmente la ceralacca dalle lettere, di riconoscere all’istante libri cavi, bauli con doppi fondi, meandri di corridoi segreti. Dopo averla istruita all’arte di origliare senza farsi scoprire, le affida perciò il più delicato dei compiti: tenere d’occhio la principessa Sofia Federica Augusta Anhalt-Zerbst, la giovanissima tedesca scelta da Elisabetta come consorte dell’orfano di sua sorella, Karl Peter Ulrich, duca di Holstein, il quindicenne nominato principe ereditario…

Indubbiamente interessante dal punto di vista storico questo romanzo ci permette di conoscere un periodo della storia russa che non si studia sui libri di scuola. Tutti abbiamo sentito parlare, se non studiato, Caterina la Grande, zarina di Russia a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento.

“Ecco cosa significa essere Imperatrice. Prendi quello che vuoi, scarti ciò che non ti serve più. Vivi in un mondo che ti permette di fare quello che ti va, perchè in questo mondo vite e destini dipendono da un tuo capriccio.”

Questo romanzo narra l’ascesa al trono di Caterina ed è contemporaneamente la storia di un’amicizia tra due donne, anche se la protagonista del romanzo Varvara Nikolaevna non è realmente esistita, l’autrice si è basata su delle biografie lette oltre che sulle lettere scritte dalla zarina per ricostruire l’epoca storica e le vicende narrate.

La prima parte del romanzo è molto avvincente e si legge velocemente, la narrazione di come venivano scelte le spie di palazzo è deisamente interessante, la protagonista li descrive in modo dettagliato e il lettore si sente coinvolto negli intrighi di palazzo. Poi man mano che le vicende si susseguono, la narrazione rallenta e in certi momenti c’è un po’ di noia che affiora, c’è un po’ di prolissità che avrebbe potuto essere evitata snellendoì le vicende e rendendo più godibile il susseguirsi degli amori, delle vicende politiche e in parte degli usi e costumi dell’epoca.

In questo romanzo inoltre prevalgono le figure femminili, Caterina, Varvara e Elisabetta insieme ad altre figure minori come la figlia di Varvara, Masa,ecc. Gli uomini sono rappresentati dal granduca Pietro (una personalità decisamente particolare e distubata) e gli amori di Caterina, il cancelliere Bestuzev, uomo scaltro e soprattutto abituato agli intrighi di palazzo.

La protagonista è una donna coraggiosa, che non si da per vinta e che crede fermamente nell’amicizia con la granduchessa, provando per lei un sincero affetto e non rendendosi conto che pur apprezzando il suo zelo, Caterina rimane pur sempre la granduchessa o la zarina mentre Varvara non è altro che una subalterna,una servitrice al suo servizio.

Se piacciono i romanzi storici e in particolare la storia della Russia questo romanzo va sicuramente letto, Avrete modo di conoscere i palazzi che fanno da cornice alla storia, soprattutto il palazzo d’inverno nel lavoro svolto dall’architetto Rastrelli per portarne a compimento la realizzazzione, la descrizione di abiti sontuosi, dei cibi…uno spaccato di vita del Settecento che interesserà tutti coloro che amano la storia nel suo complesso.

 

Elisabetta Cametti – I guardiani della storia

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Trama:

Katherine Sinclaire è la brillantissima direttrice generale della 9Sense Publishing, una delle più potenti case editrici a livello mondiale. Un giorno viene convocata d’urgenza da Bruce Aron, l’amministratore delegato del gruppo, ma appena entra nel suo ufficio lo trova morto. Un suicidio, a quanto pare. Prima di morire però Bruce ha voluto lasciarle un indizio, un messaggio cifrato all’interno di una chiavetta che Katherine è determinata a decriptare. È l’inizio di una serie di avvenimenti sempre più inquietanti che la condurranno al centro di un cerimoniale oscuro e millenario appartenuto a una delle civiltà più affascinanti della storia: gli Etruschi. Katherine scoprirà che la società per cui lavora è coinvolta in attività sospette, correlate a importanti ritrovamenti archeologici. Ma scoprirà anche l’esistenza di sacerdoti che proteggono e tramandano una dottrina occulta…

Commento:

I guardiani della storia è l’opera d’esordio di Elisabetta Cametti, non disdegno affatto cimentarmi nella lettura di autori italiani anche se in questo caso devo dire che aspettandomi un thriller mi sono alla fine ritrovato alla prese con una storia molto più vicina al mistery o al romanzo d’avventura.

La protagonista del romanzo (un tomino di 600 pagine a cui una discreta sforbiciata male non avrebbe probabilmente fatto) è tale Katherine Sinclaire, ci viene descritta come una bionda piuttosto avvenente (era il minimo), estremamente combattiva e indipendente (al primo mezzo sorriso del coprotagonista sembra però già pronta a cadere come una pera matura), dorme quattro ore per notte (in questo caso mi sfugge il titolo di merito) e adora gli animali (lei di certo, l’autrice del libro forse meno visto che le pagine più brutte, assolutamente gratuite e irricevibili, riguardano l’uccisione di uno di questi).
Insomma la classica donna tosta, quella che cammina nelle grotte con le scarpe da passeggio e che se cade da cavallo si rialza in un nanosecondo al grido di “tanto dovevo scendere!”.
La Sinclaire dirige una delle più potenti case editrici mondiali ma ad un certo punto si trova a dover affrontare il problema del suicidio dell’amministratore delegato della sua azienda, questo la porterà a dover in qualche modo ridiscutere un pò tutta la sua vita professionale e non, infatti solo così riuscirà ad arrivare alla verità.
Al fianco della Sinclaire si muove Jethro Blake (vi raccomando i nomi dei protagonisti di questo libro, siamo a livelli di uno scontato siderale), tuttologo di chiara fama, uomo da bosco e da riviera, chiamato da Bruce Aron (l’amministratore delegato di cui sopra) per affiancare Katherine (e lui decide subito di affiancarla alla lettera).

Come detto I guardiani della storia viene descritto come un thriller ma se nella prima parte potremmo definirlo una sorta di pseudo thriller aziendale dove la protagonista cerca di trovare una relazione fra il suicidio del suo capo e gli sconvolgimenti all’interno della sua casa editrice nella seconda c’è una brusca virata: entrano in scena gli Etruschi con tutto il loro carico di fascino e il romanzo subisce una metamorfosi ripiegando decisamente verso il mistery.
Raccordare queste due diverse anime che contraddistinguono I guardiani della storia finisce però col risultare un pò indigesto per l’autrice e di conseguenza per il lettore.
E anche l’eccessivo indugiare dapprima nelle controversie aziendali e poi nei risvolti della civiltà etrusca non fa che appesantire una storia che non ha nella scorrevolezza (pure in virtù delle 600 pagine) uno dei suoi punti di forza.
Ad ogni modo per chi vuole saperne di più sugli etruschi (non solo a livello di vita e opere) la seconda parte è ideale.
Non manca, come detto, la storia d’amore (non se ne vedeva una più scontata dai tempi di Guardia del corpo con Kevin Costner e Whitney Houston) e quel che mi domando è:
come può essere che solo nei libri si trovano questi uomini e donne tutti di un pezzo, sferzati duramente da amori giovanili, che proprio per questo si vantano di essere refrattari ai sentimenti, ma che puntualmente sanno riconoscere così a prima vista il partner giusto da sciogliersi all’istante come un biscotto inzupposo dentro al cappuccino?

In definitiva direi che I guardiani della storia è opera leggibile ma niente di più, fortemente penalizzata da protagonisti che alla fine della fiera non sono nè carne nè pesce e da personaggi di contorno talmente inutili che l’autrice stessa sembra esserne insoddisfatta, qualcuno lo elimina senza un vero perchè, qualcun’altro se lo perde proprio per strada, insomma una sensazione di sciatto che non fa ben sperare per le sue opere successive.
Sì perchè dopo quest’esordio Cametti si è prodotta in altri quattro lavori un pò tutti annunciati con la fanfara…magari ci tornerò su, vedremo.

Antonio Manzini – Pista nera

 

Trama:

Semisepolto in mezzo a una pista sciistica sopra Champoluc, in Val d’Aosta, viene rinvenuto un cadavere. Sul corpo è passato un cingolato in uso per spianare la neve, smembrandolo e rendendolo irriconoscibile. Poche tracce lì intorno per il vicequestore Rocco Schiavone da poco trasferito ad Aosta: briciole di tabacco, lembi di indumenti, resti organici di varia pezzatura e un macabro segno che non si è trattato di un incidente ma di un delitto. La vittima si chiama Leone Miccichè. È un catanese, di famiglia di imprenditori vinicoli, venuto tra le cime e i ghiacciai ad aprire una lussuosa attività turistica, insieme alla moglie Luisa Pec, un’intelligente bellezza del luogo che spicca tra le tante che stuzzicano i facili appetiti del vicequestore. Davanti al quale si aprono tre piste: la vendetta di mafia, i debiti, il delitto passionale. Quello di Schiavone è stato un trasferimento punitivo. È un poliziotto corrotto, ama la bella vita. Però ha talento. Mette un tassello dietro l’altro nell’enigma dell’inchiesta, collocandovi vite e caratteri delle persone come fossero frammenti di un puzzle. Non è un brav’uomo ma non si può non parteggiare per lui, forse per la sua vigorosa antipatia verso i luoghi comuni che ci circondano, forse perché è l’unico baluardo contro il male peggiore, la morte per mano omicida (“in natura la morte non ha colpe”), o forse per qualche altro motivo che chiude in fondo al cuore.

Commento:

In Pista Nera di Antonio Manzini fa il suo esordio il personaggio di Rocco Schiavone,a mio parere uno dei più controversi tra quelli che il noir italiano ha saputo esprimere negli ultimi anni.

Schiavone è un vice questore (detesta essere chiamato commissario e non ne fa mistero) romano trapiantato in Val d’Aosta per motivi disciplinari e assolutamente incapace di adattarsi alla nuova realtà in cui forzatamente si trova a dover operare.

D’altronde non è difficile comprenderlo, Schiavone è originario del quartiere Trastevere e ha una casa a Monteverde vecchio (nell’ordine,probabilmente, il posto più bello dove nascere a Roma e quello migliore dove vivere) per cui le montagne valdostane gli stanno necessariamente strette.

Per giunta lui sembra impegnarsi decisamente poco per riuscire ad integrarsi, ad esempio si ostina pervicacemente a camminare con le Clarks che puntualmente affondano nella neve e proprio non riesca ad instaurare un rapporto decente con nessuno o quasi della squadra che lo affianca.

L’obiettivo di Schiavone, assolutamente dichiarato, sarebbe quello di vivacchiare in commissariato tra una sigaretta scroccata e qualche sporadica canna ma ecco che un delitto appare all’orizzonte portandosi dietro tutta quella sequela infinita di rogne e rotture di scatole immancabili in queste circostanze.

Allora il buon Rocco mette in mostra tutto il peggior campionario che la romanità possa offrire, volgarità, prese in giro a volte pesanti, battute da trivio e per non farsi proprio mancare nulla i metodi che utilizza per interrogare i possibili sospettati non sono dei più ortodossi (Schiavone ha la “cinquina facile” e spesso e volentieri, come dicono a Bolzano, gli parte l’embolo).

Se a tutto ciò aggiungiamo comportamenti non esattamente irreprensibili, partite di droga sequestrate in posti di blocco e che non finiscono propriamente dove dovrebbero ci rendiamo facilmente conto di come per riuscire ad apprezzare Schiavone il lettore ci si debba mettere d’impegno e non è nemmeno detto che basti.

Però, come in tutti i noir che si rispettino c’è un però, Rocco Schiavone ha un suo senso del dovere, una morale se vogliamo tagliata con l’accetta ma che comunque lo risolleva, soprattutto possiede una capacità di commuoversi sorprendente, si abbandona ai ricordi quasi celebrandoli ed è difficile non rimanere colpiti dalla scoperta che dietro la scorza dello “sborone” incallito si cela una personcina in grado di esprimere concetti tutto sommato abbastanza profondi.

Cos’altro aggiungere, la trama sta in piedi decorosamente, il finale non è di quelli scontatissimi, i personaggi di contorno reggono la scena con dignità, in una parola Manzini si lascia leggere piacevolmente e si giunge all’epilogo senza affanni.

Nota stonata, le pubblicità occulte di cui il libro è oggettivamente infarcito, in particolare due note marche di sigarette citate in continuazione senza un vero perché (o magari il perché è facilmente comprensibile ma non bisognerebbe mai eccedere).

Nel complesso consigliabile, Manzini nel panorama noir italiano certamente non sfigura sempre che non gli si faccia in qualche modo del male con paragoni altisonanti e ingenerosi ma in questo purtroppo siamo maestri inappuntabili.

 

Il ventre di Londra – Claire Clark

Il ventre di Londra

 

TRAMA

 

È un giorno del 1855 a Londra e William May avanza furtivo come un predatore nelle immense fogne della città. I liquami gli sbattono contro le gambe, premendo il cuoio morbido degli stivali contro i polpacci. Non meno di sei metri di argilla lo separano dai blocchi di granito della strada, dove ladies e vecchi gentiluomini, bianchi come cenci, si affrettano a raggiungere le loro mete col fazzoletto ben premuto su naso e labbra. L’odore che emana il Tamigi è, infatti, insopportabile. Il “Great Stink”, la “Grande Puzza”, l’hanno battezzato i londinesi, poiché il fiume ormai non conosce decenza né senso del pudore. Sbatte in faccia a tutti il suo svergognato ghigno marrone e trascina senza ritegno rifiuti d’ogni specie. La mattina presto e al calare della sera, quando decine di piroscafi mulinano le immense ruote sotto il London Bridge, l’acqua marrone del Tamigi è così spessa che sembra quasi poter reggere il peso di un uomo e avvolgere tutto, palazzi, strade, carrozze, esseri umani come luride macchie d’unto sopra una tovaglia. Per fortuna, il Governo ha incaricato un certo Balzagette di rifare da cima a fondo l’intera rete fognaria di Londra. E, per fortuna, Balzagette ha convocato un giorno a Soho, al numero 1 di Greek-street, negli uffici della Commissione metropolitana per i lavori pubblici, il giovane perito William May, reduce della guerra di Crimea con la mente sconvolta dall’orrore e la sensazione di potersi ridurre, da un momento all’altro, in sabbia sottile destinata a scivolare via fra le assi di un pavimento. William si sforza di camminare adagio. Là, nel ventre di Londra, la mota non nasconde, infatti, solo mortifere sacche di gas, ma ratti enormi e cacciatori di ratti che, da quando le arene canine di Westminster sono state chiuse, catturano i topi per i combattimenti illegali nei pub, e spioni inviati dal governo che sbirciano in ogni pertugio, scaricatori clandestini di gas e altri veleni, e un’infinità di altri loschi figuri… Romanzo che ha segnato il fortunato esordio di Clare Clark sulla scena letteraria inglese, coi suoi personaggi che incarnano dickensianamente le più sottili sfumature del bene e del male, da Tom Braccia Lunghe, che con Lady, la sua formidabile cagnetta, arrotonda lo stipendio nei combattimenti tra cani e ratti, a Hawke, il perfido ‘Capitano’, il potente che governa con il denaro e la forza il ventre di Londra e che cerca in ogni modo di strappare l’imbattibile Lady a Tom Braccia Lunghe, ad Alfred England, il mattonaio, artefice e vittima della corruzione, che viene ucciso in uno dei canali sotterranei della città, “Il ventre di Londra” ci restituisce tutta l’atmosfera, il fascino e il pathos della Londra vittoriana.

COMMENTO

L’originalità di questo romanzo risede nell’ambiente dove si svolgono i fattI e i misfatti che mettono in moto la macchina narrativa. Il titolo Il ventre di Londra si riferisce infatti al sistema fognario londinese che nell’epoca vittoriana presentava problemi di tenuta delle gallerie.

In questo ambiente troviamo uno dei due protagonisti all’inizio della narrazione e dalla fogna trae il suo sostentamento anche il secondo protagonista. Seguire le vicende dei due man mano che si sviluppa la storia non è difficoltoso per trama che risulta essere interessante e non banale, quanto per le descrizioni piuttosto vivide dell’ambiente fognario con le sue deiezioni e i suoi abitanti,

La bravura dell’autrice nel saper descrivere l’ambiente con dovizia di particolari visivi e olfattivi è innegabile, come lo è il moto di ribrezzo e disgusto che si prova leggendo una buona parte delle pagine del romanzo. Il primo impulso è di mollare il libro al suo destino già dal primo capitolo. Se si ha la forza di perseverare si verrà premiati, nonostante il ripetersi delle descrizioni piuttosto accurate della fogna e dei bassifondi londinesi che in epoca vittoriana facevano concorrenza alla fogna per sporcizia, degrado e miseria trasformandosi in cloache a cielo aperto.

C’è un tale realismo nelle descrizioni che Dickens (che pure era uno scrittore realista) appare come uno scrittore per educande.

I personaggi della storia non li si può certo dividere in buoni o cattivi, ognuno di loro ha qualche macchia sulla coscienza, che sia benestante o miserabile della loro anima ben presto tutto verrà rivelato.

L’unica presenza positiva in questo sfacelo umano e ambientale è rappresentato da Lady la cagna di uno dei protagonisti, che pur avendone passate di cotte e di crude come si può intuire dal suo aspetto, non chiede nulla ma è capace di seguire un uomo solo per aver ricevuto una carezza. I suoi silenzi, i suoi sguardi colpiscono più di tante parole.

Se leggendo questo breve commento avrò suscitato la vostra curiosità, il mio consiglio è di leggerlo, anche perché la lettura è scorrevole, un omicidio aggiunge mordente alla storia.

Il finale è come un cerchio che si chiude, i due protagonisti le cui vicende viaggiano parallele infine troveranno il loro trait-d’union.

Camera con vista – Edward Morgan Forster

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“Prendete la vita con leggerezza” diceva Italo Calvino, “che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore“… e quelle volte in cui la leggerezza s’incontra con l’eleganza e con l’intelligenza, i risultati che si ottengono non possono che essere eccellenti!
Camera con vista ne è un felicissimo esempio.

Scritto nel 1908 e sottoposto a continue revisioni, il romanzo fu definito dal suo autore come “il più simpatico” tra i suoi scritti, ed è veramente difficile dargli torto.
Camera con vista si basa su elementi semplicissimi ma assolutamente efficaci: un’ingenua e convenzionale ragazza del Surrey in viaggio con la matura cugina nubile, un soggiorno nella suggestiva città di Firenze, ed una pensione con una camera con vista su San Miniato… O meglio, questo è ciò che la protagonsita, Lucy Honeychurch, vorrebbe. Purtroppo, però, la stanza che le viene assegnata non si affaccia sul panorama fiorentino.
Il grave inconveniente, fortunatamente, viene risolto dal tempestivo intervento di Mr Emerson e di suo figlio George: due turisti inglesi spontanei e anticonformisti, che disdegnando l’importanza dell’etichetta, non vedono niente di male nell’offrire alle due signore di scambiare le loro stanze. L’offerta è sconveniente, ma spinta da un ecclesiastico britannico in vacanza a Firenze, Mr Beebe, anche l’intransigente Charlotte si convince ad accettare.
Ahimè, i problemi sono solo all’inizio, e dopo che le peggiori paure di Charlotte si concretizzano assumendo le forme di un vergognoso bacio sulle gote, la  buona chaperone, per evitare ulteriori complicazioni, porta la cugina lontano dal luogo del misfatto: a Roma, dove Lucy potrà finalmente godere della compagnia ben più adatta dell’aristocratica signora Vyse e di suo figlio Cecil, un giovane gentiluomo, tipicamente inglese e terribilmente snob, dagli interessi intellettuali e le incrollabili convinzioni puritane.
Ma, a dispetto di Charlotte, l’esperienza fiorentina ha lasciato un segno indelebile nel cuore di Lucy, e quella vista su Firenze, si è trasformata in un varco aperto nell’animo della ragazza stessa.
E così, quando, qualche mese dopo, i pericolosi “fantasmi fiorentini” tornano a far capolino sul cammino di Lucy, la giovane, ormai fidanzata col suo rispettabile Cecil, e perfettamente reintegrata nella buona società inglese, si trova nuovamente preda delle inquietudini e dei dubbi e, soprattutto, si vede obbligata a dar loro una risposta.

Lo ammetto: ero partita alquanto prevenuta: con Forster avevo un conto in sospeso da quando, diversi anni fa, lessi Casa Howard restandone estremamente scontenta, ed ero quindi restia ad affrontare un’altra sua opera… Ebbene, mi sono dovuta proprio ricredere!
Si tratta di un romanzo vivace, ironico, intelligente e deliziosamente romantico.
Forster esamina e raffronta due realtà molto diverse: l’Inghilterra seriosa e perbenista e l’Italia più libera, aperta e spontanea. Nonostante gli italiani vengano dipinti secondo i tipici luoghi comuni con cui sono visti dagli inglesi, non c’è dubbio che a dare (volutamente) l’immagine più negativa siano proprio questi ultimi.

Stupendi i personaggi: si va dai più caricaturali e umoristici, ai più originali e complessi, e il ritratto tracciato dall’autore è veramente ineccepibile.
la mia simpatia però, è tutta per Lucy: una protagonista meravigliosa e dalle mille sfaccettature. Lucy è appassionata, intelligente, di buon cuore, eppure terribilmente inconsapevole di sè stessa e dei propri sentimenti. C’è molta ingenuità in lei, moltissime sfumature, e nonostante il suo atteggiamento capriccioso, i suoi colpi di testa e la sua cieca ostinazione, è impossibile non volerle bene.
Camera con vista è innanzitutto la sua storia, e infatti lo si può certamente considerare, a tutti gli effetti, come un autentico romanzo di formazione; il viaggio di Lucy a Firenze, infatti, non è che il pretesto per narrare qualcosa di ben più significativo: il viaggio dentro sè stessa di una ragazza inesperta, una ragazza che a Firenze, prima ancora che il sole e il Rinascimento, troverà la propria strada.
Un altro personaggio assolutamente adorabile, a mio avviso, è George Emerson: un ragazzo semplice e per nulla preoccupato dell’etichetta (non si vergogna di dire a una signora che suo padre non può riceverla perché sta facendo il bagno… Scandalo!! ), ma nello stesso tempo terribilmente imbranato. Nonostante sia cresciuto con un padre agnostico, George, è perennemente alla ricerca del senso della vita, ama la filosofia, ed ha molte debolezze, che non teme di mostrare, insieme ad una finissima intelligenza celata dalla timidezza.

Insomma, il romanzo si legge davvero tutto d’un fiato: lo stile è elegante e scorrevole, i dialoghi brillanti e mai banali, e la trama, benchè semplice, e forse un po’prevedibile, non annoia mai e cattura il lettore.
Nonostante la leggerezza del racconto, inoltre, Forster non manca di toccare tematiche rilevanti e controverse, come la parità tra uomo e donna, il valore dell’onestà in tutti i suoi aspetti e, non ultima, l’importanza del corpo umano e del lato fisico dell’amore.
Che dire? Ho letteralmente adorato questo libro! Ho trovato ammirevole la penna di Forster e la sua capacità di creare, su basi semplicissime, un romanzo così godibile, solare e lieve, e nello stesso tempo profondamente intelligente e ricco di significati.
Inoltre, devo ammetterlo, mi è piaciuta moltissimo la storia d’amore: tenera, fresca, delicatissima, e nel contempo venata di una sottile sensualità mai esplicitata, eppure perfettamente percettibile in tutto il racconto.

Insomma, un libro davvero bello, un autentico gioiellino, ed una lettura veramente divertente e piacevolissima.
In una parola: straconsigliato!

L’aiuto – Kathryn Stockett

 

L' aiuto


Trama

È l’estate del 1962 quando Eugenia “Skeeter” Phelan torna a vivere in famiglia a Jackson, in Mississippi, dopo aver frequentato l’università lontano da casa. Per sua madre, però, il fatto che si sia laureata conta ben poco: l’unica cosa che vuole per la figlia è un buon matrimonio. Ma Skeeter è molto diversa dalle sue amiche di un tempo e sogna in segreto di diventare scrittrice. L’unica persona che potrebbe comprenderla è l’amatissima Constantine, la governante che l’ha cresciuta, ma la donna sembra svanita nel nulla. Come Constantine, anche Aibileen è una domestica di colore. Saggia e materna, ha un candore e una pulizia interiore che abbagliano: per un tozzo di pane ha allevato amorevolmente uno dopo l’altro diciassette bambini bianchi. Ma il destino è stato crudele con lei, portandole via il suo unico figlio, morto in un incidente sul lavoro tra l’indifferenza generale. Minny è la sua migliore amica. Bassa, grassa, con un marito violento e una piccola tribù di figli, è con ogni probabilità la donna più sfacciata e insolente di tutto il Mississippi. Cuoca straordinaria, non sa però tenere a freno la lingua e viene licenziata di continuo per le sue intemperanze, fino a quando è assunta da una signora nuova del posto, che per la sua bellezza vistosa e le origini modeste è messa al bando dalla buona società bianca. Skeeter, Aibileen e Minny si ritrovano a lavorare segretamente a un progetto comune che le esporrà a gravi rischi.

Giudizio

…you’ll sink like a stone

Fot the times they are a-changin’

(Bob Dylan)

 

I tempi che stanno cambiando, verso della celeberrima canzone di Bob Dylan è indicativa del periodo storico in cui è ambientato il romanzo. (Martin Luther King marcia su Washington con duecentocinquantamila persone per l’integrazione razzial pronunciando il discorso passato alla storia grazie a “I have a dream”).

Siamo nel Mississippi nell’estate torrida e umida del 1962 e nella città di Jackson nonostante la schaività sia stata abolita sulla carta, ancora la popolazione nera è trattata come se lo fosse.

Le tre protagoniste indimenticabili, riconoscibili per il loro coraggio sono unite da un unico desiderio: essere libere. I loro nomi sono: Aibileen, Minny, Skeeter.

Aibileen e Minny sono nere, Skeeter è bianca. La loro unione che nasce dal cuore rappresenta l’unione di due realtà che avevano sempre viaggiato su binari paralleli perché bianchi o neri, gli uomini sono uomini, le donne sono donne e i bambini sono bambini.

Raccontare la verità è uno dei temi principali del romanzo, la società descritta pur essendo consapevole della discriminazione attuata nei confronti dei neri, preferisce mantenere in piedi una facciata di comodo facendo finta che il problema non esista. E’ proprio questa “verità” quella  che Aibileen, Minny e Skeeter racconteranno nel loro libro intitolato appunto L’aiuto.

Scopriremo le tre donne nella loro quotidianità, conosceremo i loro problemi e ci renderemo conto che tra le tre s’instaurerà una forte solidarietà che le renderà più sicure e unite nonostante la paura delle conseguenze che la verità scritta sul libro potrà far scaturire.

La bianca Skeeter ha come obiettivo della propria vita di diventare una scrittrice, in contrasto con quanto vorrebbe la madre che spera di vederla presto accasata.

Aibileen, donna di servizio, ha vissuto l’esperienza dolorosa della perdita di un figlio e ha cresciuto diciassette bambini bianchi, Minny ha sempre invece il vizio di dire ciò che pensa e per amore dei figli sopporta un marito violento e ubriacone.

Queste tre donna sconvolgeranno Jackson con il loro libro, a loro si uniranno altre donne per raccontare cosa significhi essere donne di servizio di famiglie di bianchi nel Mississippi. Racconteranno di come lascino le  loro famiglie per prendersi cura di quelle dei bianchi e dei trattamenti ingiusti che subiscono nella maggior parte dei casi, in poche potranno raccontare la riconoscenza e il rapporto speciale che si è instaurato con la padrona.

I temi della paura, del coraggio e della verità sono espressi con uno stile coinvolgente. La narrazione procede in modo spedito e ci si sente immersi nel clima caldo di Jackson arrivando a vivere tutte le emozioni descritte e sentendosi così avvinti da non voler staccarsi dalle pagine.

La decisione di scrivere in prima persona gli avvenimenti coinvolge il lettore e pur essendo stata la storia narrata dalle tre protagonista, ciò non confonde il lettore e non gli fa perdere la cognizione di chi sta narrando la storia. Attraverso le tre donne il lettore si troverà nella cucina di Aibileen o con Minny nella casa di Miss Celia o cono Skeeter alle prese con la madre.

Il finale sfumato e indefinito vede le tre donne di fronte a un cambiamento della propria vita ma non sapremo mai cosa realmente è accaduto. Potremo solo sopperire con la fantasia.

Bellissimo.

 

La faglia- Massimo Miro

La faglia

 

Trama:

Goffredo Mezzasalma è un cinquantenne affermato. Ingegnere, vive a Milano, ha una moglie, una figlia, dirige la fabbrica del suocero che vigila sui suoi tentativi di evasioni extraconiugali. Trent’anni fa è arrivato da Torino, con una fuga seguita da rientri a casa sempre frettolosi, per visite in famiglia nel vecchio palazzone popolare, con orrore da parte della consorte snob. Il vero ritorno è quello che Goffredo fa oggi, richiamato dal risveglio improvviso di Jumbo, l’amico in coma dal lontano 1978 a causa di una misteriosa aggressione. Jumbo che per prima cosa ha chiesto di vedere Goffredo Mezzasalma, alias Gomez nelle comuni scorribande metropolitane di fine anni Settanta. Il viaggio e il pensiero di riabbracciare l’amico tornato alla vita dopo 32 anni costringono Goffredo/Gomez alla resa dei conti con un passato pazientemente messo in sordina nei ricordi, con una storia rimossa che si snoda nei giorni e nelle notti di un gruppo di ragazzi sempre al limite dell’illegalità, fra furti, risse e scippi compiuti in un territorio che va dalle estremità suburbane al centro della città storica. Due dimensioni collegate, e al tempo stesso divise, da una strada ferita con un taglio profondo, ostile a ogni tentativo di riparazione: la Faglia. Nei sotterranei di quella storia rimossa è chiusa l’impresa eclatante tentata dalla sgangherata banda: prelevare Aldo Moro da un covo delle Brigate Rosse, e sottrarlo così al suo tragico destino.

Giudizio:

Lettura affascinante per chi come me negli anni 70 era adolescente e ricorda molto del costume dell’epoca. La narrazione che ricorda il passato come nel caso del protagonista di questo romanzo è la parte migliore, per alcuni versi mi ha fatto ripensare a Nè qui nè altrove di Carofiglio, con la sola differenza della città in cui è ambientata. Le sensazioni e le emozioni dei protagonisti di entrambi i romanzi però sono le stesse e io ho partecipato emotivamente ai loro pensieri e ricordi. Nel complesso un buon romanzo d’esordio, interessante proprio per l’ambientazione e per l’aver scelto il rapimento di Moro come espediente narrativo che rende più coinvolgente la storia. 


Intervista a Massimo Miro


1) Facendoti i miei complimenti per il romanzo interessante e originale, sono curiosa di sapere se la scelta di utilizzare il sequestro di Aldo Moro come espediente narrativo, è stato pianificato sin da prima della stesura o se invece si è presentato durante la stessa.

Prima di tutto ti ringrazio dei complimenti, mi fanno molto piacere. La scelta del sequestro Moro è stata un punto di partenza della storia, forse addirittura il punto. Avevo già deciso di ambientare la storia in un non luogo, ovvero, un luogo immaginario che evocasse una zona a nord di Torino, ma che non esistesse nella realtà topografica. Questo per avere più libertà nella narrazione. Allora per compensare la mancanza del luogo fisico ho voluto ambientare i fatti un periodo ben preciso, che tutti noi abbiamo ben definito come luogo del nostro passato, individuale e collettivo. Come se l’anima avesse una geografia, fatta di luoghi in cui ci ritroviamo come eravamo, quasi intatti, come se il tempo non fosse passato, come se fossimo ancora lì, in quei tempi inquietanti, cupi, ma comunque almeno personalmente, incredibilmente affascinanti ed evocativi. Tutti ci ricordiamo cosa stavamo facendo il giorno in cui hanno rapito Aldo Moro, il giorno in cui lo hanno ritrovato in Via Caetani. In una recensione recente del libro, Aldo Novellini ha voluto tentare un paragone, secondo me interessante, tra l’attentato a Kennedy e il sequestro Moro, cogliendo l’analogia tra i due avvenimenti, per quanto riguarda l’impatto emotivo sulla coscienza collettiva.

 

2) Gli anni 70 per chi come me li ha vissuti da adolescente, hanno il fascino e il profumo della giovinezza. Cosa ti ha spinto ad ambientare il romanzo proprio in quel periodo?

Come dicevo prima gli anni ’70 mi hanno sempre affascinato. Non solo perché ha avuto inizio la mia adolescenza, ma perché visti da lontano, guardando vecchie foto o vecchi filmati, leggendo articoli di giornale, mi colpisce sempre l’energia delle folle, lo spirito di rivendicazione, di protesta. La consapevolezza e la paura che il mondo andasse nella direzione sbagliata, verso una società profondamente ingiusta. Purtroppo le cose sono andate proprio così, e non si dice mai abbastanza che i movimenti studenteschi, i movimenti operai, al di là delle forme di lotta, al di là delle modalità con le quali esprimevano il loro dissenso, avevano profondamente ragione. La loro non era semplicemente diffidenza o paura, la loro era analisi lucidissima di come si stava trasformando la società, fino ad arrivare a quella attuale. Tengo però a precisare che il romanzo rimane sempre al di fuori di questi temi sociali. I personaggi rimangono sempre ai margini, perché ho scelto di parlare di ragazzi semplici, disimpegnati. Loro non avevano gli strumenti per capire cosa stava succedendo, a Torino come in molte altre città d’Italia e d’Europa. Loro abitavano in un quartiere operaio, ma disprezzavano chi lavorava duro, genitori compresi. Loro cercavano una scorciatoia per fare soldi, rapinavano, scippavano, rifiutavano il confronto con la società, illudendosi tragicamente di poter fare a meno di quel confronto. E’ un atteggiamento sociale che mi spaventa molto.

Però, allo stesso tempo i miei personaggi cercano di passare alla storia, con un grande atto di eroismo civico che sa di desiderio di riscatto: salvare Aldo Moro dalla sua prigionia.

 

3) La faglia è un romanzo sull’amicizia che legava un gruppo di ragazzi e che sopravvive nel racconto del protagonista, il quale non esita ad abbandonare moglie e figlia per inseguire i suoi ricordi. Che ruolo investono nella tua vita i ricordi e l’amicizia?

Si, in realtà Gomez parte per Torino e ha in mente solo di rivedere il suo amico uscito dal coma dopo tanti anni. Il suo è un viaggio di ritorno, non è una fuga. Che poi anche la fuga, può essere un atto in qualche modo eroico. E’ un modo coraggioso per illuminare un contrasto, che a volte può essere insopportabile, insanabile. E’ una rottura che impone un confronto, e penso che sia meno vile fuggire, che resistere tutta la vita alla tentazione di farlo. I ricordi, nel caso di Gomez e del romanzo hanno una funzione narrativa. Il tempo narrativo si svolge nell’arco di un giorno. L’espediente, il motore della storia è stato quello di mettere a confronto due giorni della vita del protagonista. Uno, al giorno d’oggi, quello dentro al quale si svolgono le azioni, il viaggio verso Torino. L’altro, un tragico giorno del 1978 che aveva per sempre cambiato la sua vita, e quella dei suoi amici. Un giorno, quello del 1978, i quali avvenimenti si scoprono lentamente, procedendo con la lettura. Quello che mi è piaciuto fare, scrivendo la storia, è stato giocare con l’energia di questi giorni così importanti nella storia di Gomez, avvicinandoli, allontanandoli, giocando un po’ come si fa con le calamite e con la loro polarità, sentendo tra le dita la forza di repulsione o di attrazione.

Nella mia vita personale i ricordi hanno un ruolo importante, ovviamente, ma preferisco guardare sempre avanti. Immaginare che ci saranno ricordi che devo ancora vivere.

 

4) Ogni autore trasfonde qualcosa di personale e di autobiografico nelle sue opere e personaggi. Cosa c’è di personale nel tuo romanzo?

Questa domanda me l’aspettavo! Partendo dal presupposto che tutto quello che si scrive, si pensa, si dice, si cucina, si disegna, è in qualche modo autobiografico perché ci appartiene, non c’è niente di personale in quello che ho scritto, niente di vissuto. Nessun personaggio, nessun fatto. Recentemente si parlava proprio di questo al festival Figiurà di Sassari, con Emiliano Longobardi e due autori, Alessandro Stellino e Antonio Bachis. Alla fine non è che siamo venuti a capo di niente, ma sono venute fuori posizioni interessanti. La mia è stata una presa di distanza anche netta del genere autobiografico, almeno nel romanzo, e a meno di piccoli riferimenti non strutturali. Personalmente non sono attratto dai romanzi basati sulle storie vere. Riesco ad immedesimarmi solo se mi immergo nella pura invenzione, e questo vale a maggior ragione per la scrittura. Penso che creare verosimiglianza sia di gran lunga più stimolante che testimoniare, o raccontare la verità.

 

5) Nel romanzo ci sono vari riferimenti musicali più o meno recenti. Dalle note autobiografiche sappiamo che lavori nel campo:

a – Quanto è importante la musica nella tua vita?

Tantissimo. La musica è la mia forma di espressione più istintiva, penso che ognuno di noi ne abbia una. In ogni istante della nostra vita proviamo sensazioni, emozioni, viviamo stati d’animo. La maggior parte di questi momenti li dimentichiamo, o passano inosservati, mentre alcuni di questi sono così forti da imporsi, vogliono prendere corpo, e per corpo intendo dire melodia, parola, colore, dimensione, qualunque sia la forma d’arte. L’atto creativo è sostanzialmente un momento di grande ingenuità, un momento in cui il raziocinio è sospeso, e con esso il limite che l’individuo impone all’espressione.

Il libro ha anche una colonna sonora virtuale, suonata da 28 bands di Torino, comprendendo storiche fornazioni dei centri sociali degli anni ottanta a giovanissimi artisti emergenti. E’ stata una bella esperienza mettere insieme tutto il materiale raccolto. E’ venuto fuori qualcosa al di là della storia. E’ stato come avere piazzato un microfono nel centro di Torino, e averne registrato la voce, i suoni. Si può ascoltare il materiale in streaming sul sito del libro. www.massimomiro.it

 b – Quali gruppi prediligi in particolare?

Musicalmente sono un onnivoro, molto più che per ogni altra forma d’arte. Ascolto dalla musica classica all’ultima garage band indipendente belga. Preferisco la coerenza, penso di riuscire a distinguere se un album è stato scritto e registrato con sincerità e passione. E’ per questo che difficilmente seguo una band o un artista dopo il terzo, quarto album. Penso che tranne pochi sparuti casi eccezionali, non abbiano più niente da dire, che abbiano esaurito l’energia. Percepisco la routine, anche nella lettura dei testi, e questo mi da fastidio.

 6) Tornando alla letteratura quali sono i tuoi autori preferiti e i generi che prediligi?

Sono nato e cresciuto con Jules Verne e Emilio Salgari. Da adolescente ho letto molta poesia, per passare ben presto a Camus, Kafka. Poi sono stato rapito dalla letteratura argentina. Borges, ma soprattutto Cortàzar, un vero genio della scrittura. Un talento inimitabile. Per quanto riguarda la letteratura contemporanea, i nomi degli autori sono tantissimi, e di questi molti gli italiani, grazie ad una attenzione particolare, purtroppo tardiva e temo passeggera, per gli autori esordienti.

Quando leggo un libro mi piace pensare che questo non appartenga a nessun genere, che non abbia nessun vincolo di canone o di forma. Che non abbia limiti per sorprendermi, che possa usare tutti quegli strumenti, espedienti, strutture, che la letteratura di genere in qualche modo contiene sempre.

 

7) L’ultima ormai celeberrima domanda: 5 libri e dischi che porteresti con te su un’isola deserta.

Libri:

Storie di cronopios e di fama – Julio Cortàzar

Saltatempo – Stefano Benni

In culo al mondo – Lobo Antunes

Un giorno di fuoco – Beppe Fenoglio

Il Milione – Marco Polo

 

 

Dischi:

Unknown Pleasures – Joy Division

An Unforgettable fire – U2

OK Computer – Radiohead

The White Album – The Beatles

Camera a sud – Vinicio Capossela

Sandinista – The Clash

At Last – Etta James

Three imaginary boys – The Cure

Sushi & Coca – Marta sui tubi

 Ah… scusa. Avevi detto solo 5 vero? Ormai li ho messi in valigia….

 Ringraziandoti per cortesia dimostrata ti rinnovo gli auguri per il romanzo e ti saluto insieme ai miei lettori.

 Grazie a te per lo spazio che mi hai dedicato. Un saluto a te e a tutti i tuoi lettori. Buona vita!

 



Trenta domande sulla letteratura

 Vi propongo 30 domande (che mi sono state suggerite da una pagina fb) sui vostri gusti letterari…

 

 

1) Il tuo libro preferito.

2) La tua citazione preferita.

3) Il tuo personaggio preferito di un libro che hai letto.

4) Il libro più brutto che tu abbia mai letto.

5) Il libro più lungo che tu abbia mai letto.

6) il libro più corto che tu abbia mai letto.

7) Il libro che ti descrive.

8) Un libro che consiglieresti.

9) Un libro che ti ha fatto crescere.

10) Un libro del tuo autore preferito.

11) Un libro che prima amavi e che ora odi.

12) Un libro che non ti stancherai mai di rileggere.

13) Il libro che in questo momento hai sulla scrivania.

14) Il libro che stai leggendo in questo periodo.

15) Apri il primo libro che ti capita tra le mani ad una pagina a caso e inserisci la prima frase che ti salta agli occhi.

16) La tua copertina preferita.

17) Il personaggio con cui ti vorresti scambiare di posto per un giorno.

18) Il primo libro che hai letto.

19) Un libro il cui film ti ha deluso.

20) Un libro dove hai ritrovato un personaggio che ti rappresentasse.

21) Un libro che ti ha consigliato una persona importante per te.

22) Un libro che hai letto da piccola.

23) Un libro che credevi fosse come la gente ne parlava e invece sei rimasta o delusa o colpita.

24) Il libro che ti fa fuggire dal mondo.

25) Un libro che hai scoperto da poco.

26) Un libro che conosci da sempre.

27) Un libro che vorresti aver scritto.

28) Un libro che farai leggere ai tuoi figli.

29) Un libro che devi ancora leggere.

30) Un libro che ti ha commosso.

N.B. Se qualcuno di voi volesse rispondere a queste domande può farlo con un commento oppure può contattarmi e io pubblicherò le sue risposte in uno spazio apposito. L’importante è che mi citiate nella vostra richiesta il titolo di questo questionario “Trenta domande sulla letteratura”.

La figlia del tempo – Josephine Tey

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L’ispettore capo Grant è costretto in ospedale per un banale incidente e si annoia a morte. Un’ elegante amica gli porta delle stampe raffiguranti dei personaggi storici affinchè possano distrarlo. Tra queste c’è il ritratto di Riccardo III, il famigerato sovrano inglese del XV° secolo di cui la storia narra che fece uccidere i suoi nipoti per impadronirsi del trono. Ma c’è qualcosa in quel viso, in quella postura, che accende l’interesse del raffinato detective e la pietà del poliziotto. E studiando carte, testi e documenti Grant scopre quanto la verità sia figlia del tempo che distorce e riabilita.


Scritto agli inizi del 900 da un’autrice poco conosciuta in Italia ma famosa in patria, questo romanzo ha il merito di aver riproposto uno dei maggiori dilemmi della storia d’Inghilterra. La Tey sviluppa l’indagine utilizzando l’ispettore Grant, come se fosse un’inchiesta “moderna” (il romanzo è stato scritto negli anni 30 del 900). Basandosi sulla fisiognomica, sullo studio dei documenti dell’epoca (tra cui gli scritti del “santo” Tommaso Moro, etichettato così ironicamente ma inteso in senso spregiativo) e sulla lettura di famose e apprezzate storie d’Inghilterra, l’indagine si sviluppa man mano tenendo conto di tutti gli indizi che scaturiscono dall’analisi dei testi.
Il risultato brillante dell’indagine porta a una revisione totale di Riccardo III, come afferma anche la moderna storiografia, e ci permette di poter apprezzare un uomo per quelle che furono le sue qualità reali: buonsenso, magnanimità, intelligenza, lealtà. Doti che se non fosse perito nella battaglia di Bosworth probabilmente lo avrebbero fatto diventare il miglior re della storia d’Inghilterra.
Addirittura! Penserà il lettore. In realtà egli aveva dei progetti che avrebbero rilanciato l’Inghilterra creando un paese prospero e sereno.
Non posso rivelare tutti i retroscena della vicenda proprio per lasciare il gusto di scoprire a chi leggerà il libro di scoprire cosa accadde esattamente e perché e grazie a chi il suo nome è stato infangato per secoli.
La Tey ha scritto un piccolo capolavoro in cui l’ironia, un sapiente uso della suspence e una perfetta ricostruzione storica dei fatti accaduti portano il lettore verso la rivelazione finale in cui ogni dubbio viene fugato, inoltre i personaggi reali che si muovono all’interno del romanzo e spezzano il racconto dell’indagine sono tutti molto simpatici e caratterizzati così bene che per ognuno di loro c’è un soprannome calzante. Un esempio di ottimo humour inglese.
Da leggere assolutamente se si ama la storia inglese.

VOTO 7,5/10

L’arte di dirsi addio – Rebecca Connell

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Louise ha 23 anni e fin da ragazzina ha nutrito il desiderio di andare a fondo della perdita che ha segnato la sua infanzia e capire che cosa fosse davvero successo a sua madre, scomparsa in un incidente automobilistico quando lei era soltanto una bimba. La traccia che Louise ha è quella di un uomo, Nicholas, un professore universitario, con il quale la madre aveva avuto una impetuosa storia d’amore clandestina. Nicholas si rivela una persona del tutto inaspettata e a conoscenza di alcuni brandelli di storia dai quali tuttavia Louise intuirà parte della verità sulla madre, sulla natura ambigua dell’amore, e anche su se stessa.

Questo romanzo ha costituito una vera sorpresa. Ogni volta che lo guardavo in libreria, sembrava volesse dirmi di leggerlo. Per un po’ di tempo ho resistito, gli passavo vicino e lo prendevo in mano per poi riporlo di nuovo sul banco oppure lo evitavo accuratamente. Un bel giorno l’ho trovato sullo scaffale espositivo della biblioteca e in quel momento ho capito che il destino aveva deciso per me. Dovevo leggerlo!
Mi sono accostata quindi alla lettura un po’ titubante, si tratta di un’opera prima e l’argomento del tradimento è stato abbondantemente trattato nei romanzi contemporanei da avere il sospetto che potesse essere pieno di clichè del genere oltre che qualcosa di già scritto. Invece mi sono dovuta ricredere!
La narrazione che procede su due binari, il racconto di Louise e quello di Nicholas, è condotta molto gradevolmente. L’autrice riesce a raccontare le emozioni che scaturiscono dall’amore e quale sia il prezzo che si paga per il tradimento. La vicenda raccontata coinvolge il lettore sin dall’inizio proprio grazie al racconto di una passione amorosa che lascia storditi non solo i protagonisti del romanzo, ma anche i coloro che leggono le vicende.
Infedeltà, segreti, amori perduti e ritrovati, sono racchiusi in pensieri così intimi che non si riesce a non essere tentati dal volerne sapere di più macinando pagine su pagine per capire come quest’analisi lucida sul tradimento, verrà condotta dall’autrice e quale sarà il risultato finale.
Con stile teso, la Connell riesce a dar voce ai sentimenti e alle emozioni che scaturiscono con una buona capacità d’introspezione nei pensieri dei due narranti che riescono a farci vivere le proprie emozioni come fossero le nostre.
Avvertiamo bene il dolore profondo che vive Louise dal momento in cui scopre il tradimento della madre e come questo sentimento abbia condizionato la sua vita, mentre dall’altra parte viviamo sulla pelle l’amore di Nicholas, vissuto con trepidazione e attesa in un primo momento, per poi trasformarsi in una passione divorante capace di stravolgere la vita di più persone, grazie a una scoperta che non renderà nessuno felice ma sarà causa di rimpianti, amarezza, tensione e dolore.
Un bel romanzo, questo della Connell, che con il suo stile ci fa presumere che le premesse per futuri ottimi lavori non manchino.
Au revoir Rebecca, tifo per te!

Voto 9/10

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